Adattamento al cambiamento climatico, Musco: «Nelle amministrazioni italiane mancano le competenze necessarie»

Il 23 e 24 maggio, a Venezia, una conferenza sul tema delle misure urbane di adattamento al cambiamento climatico. Intervista di Eco dalle Città a Francesco Musco, ricercatore del Dipartimento di Progettazione e pianificazione in ambienti complessi dell’Università Iuav

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Mettere a confronto l’Italia con l’Unione europea e gli Stati Uniti sul ruolo che hanno le reti di città e di urbanisti sui temi dell’adattamento al cambiamento climatico. È il principale obiettivo della conferenza “Il clima cambia le città”, in programma a Venezia, a Palazz Badoer, il 23 e 24 maggio prossimi. L’iniziativa, promossa da Legambiente e Università Iuav di Venezia in collaborazione con il Coordinamento Agende 21 locali e l’Istituto nazionale di urbanistica, vedrà la partecipazione di rappresentanti dell’Ordine degli urbanisti americano e dell’Istituto britannico di urbanistica. Ma qual è la situazione delle città italiane sul versante dell’adattamento al cambiamento climatico? Eco dalle Città ne ha parlato con Francesco Musco, ricercatore del Dipartimento di Progettazione e pianificazione in ambienti complessi dell’Università Iuav.

Quali sono le principali misure di adattamento al cambiamento climatico che possono essere attuate in ambito urbano?
Molto dipende da dove si trova una certa città: servono interventi diversi con impatti diversi a seconda che si tratti, ad esempio, di una località costiera o di una città dell’interno, di una grande area metropolitana o di un piccolo centro vicino all’arco alpino. In ciascuno dei diversi ambiti bisogna identificare le maggiori criticità e capire dove si può intervenire. La cosa importante è che se finora gli interventi venivano concepiti solo in un’ottica ingegneristica, adesso questo approccio non basta più. Occorre intervenire anche attraverso la progettazione urbanistica, l’intero sistema di gestione delle città deve diventare più resiliente.

Può fare qualche esempio concreto?

Una delle conseguenze più evidenti dei cambiamenti climatici è l’acutizzazione dei fenomeni atmosferici. In Italia, ad esempio, non è cambiata la quantità di precipitazioni su scala annuale, ma la loro distribuzione: di conseguenza, in alcune città l’intero sistema di raccolta delle acque dovrebbe essere cambiato. Nelle aree costiere, invece, bisogna attrezzarsi a gestire il rischio di mareggiate diversamente rispetto a quanto si è fatto finora, mentre le città dell’entroterra devono fare i conti con il surriscaldamento estivo, il cosiddetto fenomeno dell’isola di calore urbana.
In che modo le città possono adattarsi alle ondate di calore?

È necessario rivedere l’intera progettazione urbana. Il verde pubblico, ad esempio, non deve essere più considerato solo per il suo valore estetico, ma per il suo effetto di calmierazione sulle ondate di calore. Più in generale, quello dell’isola di calore non rappresenta solo un problema di natura tecnologica, da affrontare semplicemente con la scelta di materiali riflettenti, colori chiari e pavimentazioni che non si surriscaldano, ma anche una questione di tecnica urbanistica. È l’intera organizzazione delle città che deve essere rivista in modo da renderle più resilienti, ad esempio con una ottimale distribuzione degli spazi, con la scelta di alberature opportune e posizionate in un certo modo, etc. Proprio queste nuove misure di tecnica urbanistica sono oggetto di una sperimentazione in alcuni quartieri di Padova e Modena, che insieme ad altre città europee partecipano a un progetto Ue dedicato proprio al tema dell’adattamento.
Al di là di questi esempi virtuosi, qual è la situazione italiana sul fronte dell’adattamento al cambiamento climatico?
Nel nostro Paese la situazione è molto frammentaria: siamo indietro, rispetto ad altri Paesi europei, per quanto riguarda la Strategia nazionale di adattamento, ma siamo in difficoltà anche nel cosiddetto downscaling, il passaggio dalla strategia generale all’applicazione pratica su scala locale. Uno dei problemi principali che devono affrontare le città italiane è la necessità di inserire nella pubblica amministrazione competenze specifiche che adesso mancano. Oltre alla formazione, inoltre, occorre promuovere un lavoro congiunto tra diverse discipline (come da oltre dieci anni cerca di fare il Coordinamento delle Agende 21 locali), un’abitudine non tanto radicata in Italia. Tra l’altro, a differenza di quanto accade in altri Paesi, da noi non sono gli organismi istituzionali, come l’Ordine degli architetti, ad occuparsi di questi temi, che invece restano appannaggio di altri soggetti non governativi, come le università, l’Istituto nazionale di urbanistica o Legambiente. Il ministero dell’Ambiente se ne occupa sul piano istituzionale, ma solo, ovviamente, a livello nazionale, senza poter intervenire sulle singole città. Tra le note positive, invece, si segnalano alcune città aderenti al Patto dei Sindaci che, come Padova, hanno cominciato a inserire nei loro Seap (Piani d’azione per l’energia sostenibile) anche delle misure di adattamento accanto agli interventi di mitigazione.

Qualche modello straniero da seguire?

I Paesi Bassi, tanto per fare un esempio, si sono dotati di un grande Piano di adattamento ai cambiamenti climatici che mette insieme diverse discipline che prima non si parlavano. In particolare, gli olandesi hanno saputo coniugare la competenza che hanno sempre avuto nella gestione idraulica con nuove soluzioni di pianificazione: gestione integrata delle acque, reti sempre funzionanti, localizzazione dei nuovi insediamenti nelle aree più sicure. Da questo punto di vista, ha fatto un ottimo lavoro anche la città di New York: il recente Piano del clima cozzava con la previsione di nuovi insediamenti nell’isola di Manhattan, per cui è stata modificata la destinazione d’uso prevista per alcune aree cittadine dal piano urbanistico, una situazione molto diversa da quello che accade spesso in Italia, dove non si esita a costruire in zone ad alto rischio idrogeologico o vulcanico. In generale, tante altre città, molte delle quali europee, si stanno dotando di piani tarati sulle loro specifiche esigenze. Madrid, ad esempio, sta lavorando sulla carenza idrica, mentre a Stoccarda si stanno concentrando molto sul surriscaldamento estivo. Nonostante in Germania il problema sia molto meno grave che da noi.

Fonte: eco dalle città

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