Bagnoli, un’altra storia di promesse mancate

L’area industriale di Bagnoli è sotto sequestro, 21 persone coinvolte nell’inchiesta per truffa ai danni dello Stato e disastro ambientale. Le bonifiche promesse nell’area sono state solo “virtuali”, ma sono comunque costate 107 milioni di euro.bagnoli

L’11 aprile, i magistrati hanno disposto il sequestro di un’ampia area di Bagnoli, quella dove – per intendersi – una volta si stagliavano l’Italsider e l’Eternit. Oltre al sequestro, sono state messe sotto inchiesta 21 persone per reati come truffa e disastro ambientale. Tra gli indagati, ci sono due ex vicesindaci di Napoli, ex amministratori, funzionari, dirigenti della società Bagnolifutura e imprenditori. L’indagine illustra come, dalla metà degli anni Ottanta e per oltre vent’anni, si sia tentato di trasformare (invano) una zona post industriale in un area turistica. A coordinare l’inchiesta, i pm Stefania Buda ei procuratori aggiunti Francesco Greco e Nunzio Fragliasso. Ciò che viene imputato ai 21 soggetti è di aver effettuato bonifiche ambientali “virtuali” della zona. Gli interventi per bonificare, hanno solo aggravato l’ambiente circostante. Anche se però solo virtuale, la bonifica “farlocca” è comunque costata 107 milioni di euro e da qui l’accusa di truffa ai danni dello Stato. Sono vicende avvenute: “in un contesto generalizzato di conflitto d’interesse in cui tutti gli enti pubblici istituzionalmente preposti al controllo dell’attività di bonifica, quali Arpac, Comune e Provincia di Napoli, si sono venuti a trovare”. Gli idrocarburi, inquinanti e cancerogeni, sono stati versati per diverso tempo in mare a causa del malfunzionamento della barriera idraulica che li avrebbe dovuti contenere, impedendo lo spargimento. Mancando i soldi per smaltire in modo regolare e a norma di legge i rifiuti pericolosi in discarica, si è ricorsi allo “stratagemma” di mescolarli con il terreno. Diverse morchie (residui dei metalli lavorati e inquinati da idrocarburi) sono stati mescolati al terreno e sotterrati nel Parco dello Sport (struttura dell’ex area industriale di Bagnoli) nottetempo, nell’arco di un fine settimana. Tutto ciò è stato portato avanti grazie a certificazioni false che bollavano le morchie come terreni “di riporto”. Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha affermato senza indugio: “C’è il diritto di tutti noi, del sindaco, di chi vive in questa città, di chi vuole investire in quell’area a sapere cosa si può realizzare, quanta parte di bonifica è stata fatta e se c’è stato, come io ho sempre immaginato e pensato, sperpero di denaro pubblico”. Fortunatamente gli inquirenti hanno già risposto alle domande del primo cittadino: non solo la bonifica è fallita (con uno sperpero di diversi milioni di euro) ma la situazione sotto il profilo dell’inquinamento ambientale è ormai oltre i livelli accettabili. “È dal lontano 1995 che il WWF Italia aveva denunciato alla magistratura i gravi rischi ambientali connessi all’area di Bagnoli (come ad esempio lo smaltimento a mare di rifiuti tossici come l’amianto) – così il WWF commenta le notizie relative all’ex-sito industriale di Bagnoli -. Oggi Bagnoli, ieri l’Ilva di Taranto, prima ancora Pioltello Rodano: tutti casi che dimostrano che in Italia il principio comunitario ‘chi inquina paga’ non trova una vera applicazione. Sebbene gli interventi di risanamento e riqualificazione ambientale, nelle aree industriali dismesse potrebbero servire a creare migliaia di posti di lavoro, restituendo alle comunità e agli enti locali ampie porzioni di territorio risanate e quindi riconvertibili per attività di utilità sociale o produttive”. In Italia, ricorda il WWF, al 1 gennaio 2011 risultavano registrati 2.687 siti di bonifica, cioè aree su cui è stato pubblicamente riconosciuta la necessità e l’obbligatorietà d’intervento per un ripristino ambientale e per far cessare effetti inquinanti (anche nelle falde acquifere) a cui erano correlate patologie e danni ambientali. Le situazioni più gravi riguardano 57 di queste aree definite “Siti d’Interesse Nazionale” e la loro complessiva superficie è pari a poco meno del 3% del territorio nazionale: 550.000 ettari a terra e 180.000 ettari a mare. “L’impatto sulla salute di questi siti inquinati è stato oggetto di numerose indagini – spiega l’associazione in una nota-. In particolare nell’ambito del Programma Strategico Ambiente e Salute del Ministero della Salute è stato realizzato uno ‘Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento’ (SENTIERI) riguardante l’analisi sulla mortalità dei residenti in 44 dei 57 SIN. Lo studio ha analizzato circa 400.000 decessi relativi a una popolazione complessiva di circa 5.500.000 abitanti ed ha evidenziato lo stretto rapporto tra alcune attività produttive e aree da bonificare con il forte incremento percentuale di alcune patologie rispetto alle medie nazionali”.

Fonte. Il cambiamento

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