35 milioni di ettari divorati dalle multinazionali in 6 anni

Le multinazionali si accaparrano ettaro su ettaro, erodendo il patrimonio naturale e divorando i terreni soprattutto nel sud del mondo. Dal 2006 al 2012, secondo Grain.org, si sono assicurate 35 milioni di ettari sottratti ai piccoli coltivatori. Questo è il land grabbing e se i governi non mettono uno stop, allora che sia la gente a farlo con i movimenti dal basso.land_grabbing_africa

Con il land grabbing le multinazionali si sono accaparrate nel mondo almeno 35 milioni di ettari dal 2006 al 2012 in 66 paesi e questo rappresenta solo ciò che l’associazione Grain è riuscita a documentare. Ma le vittime del land grabbing possono unirsi; spesso nemmeno immaginano quanto potente ed efficace sia l’unione tra forze “dal basso”, quindi l’informazione anche in questo caso può fare la differenza. Per lottare contro l’accaparramento dei terreni «bisogna creare forti movimenti sociali e cercare di cambiare le leggi. Questa è l’unica soluzione» dice Eric Holt-Giménez di Food First. La raccolta dei dati fornisce un’istantanea di come l’agribusiness sia in rapida espansione in tutto il mondo e come tutto ciò stia sottraendo la produzione di cibo dalle mani degli agricoltori e delle comunità locali. L’Africa è l’obiettivo primario dei land grabbers, ma sono ingenti anche i veri e propri saccheggi in America Latina, Asia ed Europa dell’Est, a dimostrazione che questo è un fenomeno globale. Chi sono i land grabbers? Nella maggior parte dei casi si tratta di società del settore agroalimentare, ma ci sono anche società finanziarie e fondi sovrani,  responsabili di circa un terzo delle offerte. Investitori europei, soprattutto da Regno Unito e Germania, e asiatici, da Cina e India, rappresentano i due terzi dei land grabber. In corsa anche gli Stati Uniti, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. Il Mozambico è uno dei Paesi che maggiormente sta subendo il land grabbing, con un totale di 25 investimenti da parte di ben 13 nazioni (Brasile, Cina, Francia, India, Italia, Libia, Mauritius, Portogallo, Singapore, Sud Africa, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti) di cui 21 portati a termine e 5 in via di definizione per un totale di 1 milione e 583.149 ettari di terreno espropriati ai contadini. «Abbiamo una legge che difende la terra, ma non è osservata» dice Ana Paula Tauacale, vicepresidente dell’UNAC, Unione Nazionale di Contadini del Mozambico. Insieme a una rete di cooperative e associazioni ha fatto partire una petizione contro ProSavana, progetto che ha come obiettivo di trasformare un’area di 14,5 milioni di ettari, 145mila chilometri quadrati, in un territorio di scorribanda per imprese nippo-brasiliane interessate alla monocoltura da esportazione. «Noi vogliamo portare avanti la nostra agricoltura familiare tradizionale e non abbiamo nessuna terra da regalare alle multinazionali». Il concetto fondamentale è quello di resistenza sul campo, come spiega Themba Chauke di Landless Peoples Movement del Sud Africa. «La resistenza si fa sul campo ma anche con l’educazione dei contadini, insegnando loro che è possibile coltivare sementi sane e creando una rete di scambio tra gli agricoltori». La lotta deve continuare anche nell’opposizione alle scelte sbagliate dei governi, che troppo spesso svendono le terre in nome del profitto. «Vogliamo continuare a essere contadini, indigeni e persone affezionate alla terra», afferma María Luisa Albores González della cooperativa Tosepan Titataniske del Messico. «Molto spesso siamo intimoriti di fronte a queste difficili battaglie, ma sappiamo che vale la pena combattere perché non siamo soli e, anzi, abbiamo qualcuno che ci sostiene». Poi, non solo land grabbing, ma ocean grabbing, l’attacco ai nostri mari. «La privatizzazione delle zone di pesca, dovuta all’ossessione della crescita economica dei Governi, ha permesso il proliferare del fenomeno», dichiara Naseegh Jaffer, segretario generale del World Forum of Fisher Peoples. «È ora non solo di parlare di queste cose, ma di agire, e tutti noi possiamo fare la differenza. È sufficiente cambiare il nostro stile di vita e abbracciare una filosofia più ecosostenibile per arrivare all’obiettivo finale: la sovranità alimentare dei popoli».

Fonte: ilcambiamento.it

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Consumo di suolo: in tre anni persi 720 kmq di terreno libero

Il rapporto “Basta case di carta” mette a nudo le incongruenze di un’economia fondata sul cemento

di ripresa? Dopo aver incontrato Domenico Finiguerra negli scorsi giorni, noi di Ecoblog torniamo sul tema della cementificazione selvaggia nella giornata in cui Legambiente ha presentato i dati sul consumo del suolo del rapporto Basta case di carta e ha lanciato il portale stopalconsumodisuolo.crowdmap.com per mappare “dal basso” l’Italia minacciata da progetti edilizi, lottizzazioni e autostrade. Il dato più contradittorio riguarda l’incongruenza fra l’“epidemia cementificatoria” che in tre anni ha sottratto ai campi 720 kmq di suolo (una superficie doppia rispetto alla provincia di Prato) e l’emergenza casa che riguarda ormai 650mila famiglie. Il tasso di consumo di suolo era del 2,9% negli anni Cinquanta, del 7,3% oggi. Dei 22mila chilometri quadrati urbanizzati del nostro paese il 30% è occupato da edifici e capannoni, il 28% da strade asfaltate e ferrovie.

Basta case vuote, fragili, dispendiose e insicure come castelli di carta che ha portato avanti alcuni blitz a Milano, Agrigento, Codevigo, Umbertide. Servono subito provvedimenti per fermare il consumo di suolo e la rigenerazione urbana. Passa da qui la risposta per uscire dalla crisi,

ha spiegato il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza durante la presentazione del rapporto.

Le città maggiormente cementificate sono Napoli e Milano che superano il 60% della superficie totale, seguite da Pescara e Torino, quindi da MonzaBergamoBrescia e Bariche vanno oltre il 40% di superficie urbana impermeabilizzata. Ma il dato più importante è quello che riguarda i 2,5 milioni di edifici residenziali sui quali sarebbe urgente intervenire per una riqualificazione che darebbe lavoro senza consumare altro suolo e contribuendo al risparmio energetico. A tutt’oggi sono 865mila gli edifici residenziali in aree ad alto rischio sismico, per un totale di circa 1,6 milioni di abitazioni, mentre il totale degli edifici residenziali a rischio medio e alto raggiungono i 4,7 milioni con punte di 1,2 milioni in Sicilia e di 800mila in Campania. Gli edifici a rischio frane e alluvioni – in gran parte proprio a causa della cementificazione – sono 1,1 milioni (2,8 milioni di abitazioni e 5,8 milioni di persone che ci abitano), in particolar modo in Campania ed Emilia-Romagna.Partial view of "Cretto di Burri" a big

Fonte:  Legambiente

Foto © Getty Images

Consumo del suolo: una legge contro l’edificazione selvaggia

Legambiente preme per una legge sul contenimento del consumo del suolo e per la rigenerazione urbana1585088461-586x390

Mai come in questi giorni di forti piogge e di drammi causati, in maniera indiretta, dall’impermeabilizzazione di interi territori, il dibattito sul consumo del suolo diventa di strettissima attualità. Le problematiche connesse alla lenta erosione dei territori agricoli sono molteplici e non limitate, esclusivamente, alla riduzione degli spazi riservati a coltivazioni e allevamento. Il problema del consumo del suolo è anche problema di “manutenzione” del territorio e di sicurezza del medesimo e dei suoi abitanti. Legambiente porta avanti da tempo la battaglia dello stop al consumo del suolo e oggi lancia un nuovo appello al presidente del Consiglio Enrico Letta per chiedere a Parlamento e Governo una corsia preferenziale affinché venga al più presto approvata una legge che fermi il consumo di suolo e premi (attraverso incentivi e un fisco più “morbido”) la riqualificazione edilizia, energetica e antisismica del patrimonio edilizio esistente. Il punto di partenza è il Disegno di Legge approvato dal Governo il 15 giugno di quest’anno in materia di “Contenimento del consumo di suolo e riuso del suolo edificato”. A questo disegno di legge Legambiente vorrebbe affiancare alcune integrazioni e modifiche normative che rafforzino l’efficacia dei controlli e accentuino l’attenzione verso la rigenerazione urbana.

Le nostre idee e proposte vogliono tenere insieme gli obiettivi di tutela e di riqualificazione del territorio ed incrociare alcune questioni come la grave crisi che sta vivendo il settore delle costruzioni. E’ indispensabile lanciare un segnale chiaro al mondo dell’edilizia attraverso una Legge che sposti l’attenzione sulla rigenerazione urbana,

spiega Edoardo Zanchini, vice-presidente di Legambiente. Come conciliare lo stop al consumo del suolo con la crisi dell’edilizia? Semplice: rigenerando le tante aree urbane abbandonate o sotto utilizzate. Invece di allargare le aree cementificate, valorizzare e ristrutturare gli edifici preesistenti. Una trasformazione che non si potrà realizzare senza un cambiamento di prospettiva delle imprese edili. Perché come ricorda Damiano Di Simine di Legambiente

Il suolo è un bene comune e una risorsa limitata e non rinnovabile.

Lo Stato può intervenire sulle cause che determinano il consumo del suolo favorendo la rigenerazione urbana e sfavorendo invece una nuova ondata espansiva della cementificazione. Quello che Legambiente chiede è

un nuovo equilibrio tra fiscalità e incentivi che renda attraente, efficace e più semplice l’investimento nella città, impedendo che i capitali in fuga dalla città producono anonime urbanizzazioni e piastre commerciali ai danni di campagne, coste e spazi aperti.

Fondamentali, in questo iter, sono le indicazioni fornite in sede comunitaria. Nella comunicazione della Commissione Europea “Tabella di marcia verso un’Europa efficiente nell’impiego delle risorse” [COM(2011)571] uno specifico capitolo è riservato alla terra (Land) e ai suoli (Soils). Per queste risorse viene fissato un obiettivo molto ambizioso e di vasta portata per quanto comporta a livello urbanistico e territoriale: entro il 2020, le politiche comunitarie dovranno tenere conto dei loro impatti diretti e indiretti sull’uso del territorio, a scala europea e globale, e il trend del consumo di suolo dovrà essere sulla strada per raggiungere l’obiettivo del consumo netto di suolo zero (no net and take) nel 2050. Una formula che non significa che non si potranno più occupare territori e spazi liberi, ma lo si potrà fare a saldo zero, cioè liberando e disigillando una superficie equivalente di terreno da restituire all’utilizzo agricolo o semi-naturale.

Fonte: Legambiente

 

Spreco di cibo e impatto ambientale, presentato Rapporto FAO

È stato appena presentato a Roma un nuovo Rapporto FAO sullo sperpero di cibo a livello globale che, per la prima volta, si focalizza sulle conseguenze ambientali del problema. In particolare lo studio si sofferma sull’impatto ambientale dello spreco alimentare su clima, risorse idriche, utilizzo del suolo e biodiversità.perdita_alimentare

È stato presentato qualche giorno fa a Roma un nuovo ed importante Rapporto FAO sullo sperpero di cibo a livello globale che, per la prima volta, si focalizza sulle conseguenze ambientali del problema. Lo studio, dal titolo “The Food Wastage Footprint-Impacts on Natural Resources”(“L’impronta ecologica dello sperpero alimentare: impatto sulle risorse naturali”, n.d.a.), mette in evidenza l’impatto devastante che le perdite alimentari hanno sull’ambiente e, in modo particolare, sul clima, sulle risorse idriche, sull’utilizzo del territorio e sulla biodiversità. Prima di entrare nei dettagli è importante fare un po’ di chiarezza e precisare il significato dei termini “perdita”, “spreco” e “sperpero”. Per perdita alimentare s’intende la riduzione non intenzionale del cibo destinato al consumo umano. Tale riduzione non intenzionale deriva da una serie di inefficienze presenti nella catena di approvvigionamento alimentare, quali ad esempio la carenza di infrastrutture e logistica e la mancanza di tecnologia, competenze o capacità gestionali. La perdita di cibo avviene principalmente nelle fasi di produzione e di lavorazione post-raccolto, cioè quando i prodotti rimangono sul campo o quando vengono scartati durante le fasi di lavorazione, immagazzinamento e trasporto. Il termine spreco alimentare, invece, si riferisce allo scarto intenzionale del cibo (destinato al consumo umano e) ancora perfettamente commestibile. Lo scarto, in questo caso, è dovuto al comportamento tenuto dalle aziende e dai singoli individui, soprattutto da parte di esercenti e consumatori finali. L’espressione sperpero alimentare, infine, indica l’insieme di perdite e sprechi. Il Rapporto FAO sottolinea come lo sperpero di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo all’anno (che corrispondono ad un terzo del cibo prodotto in tutto il mondo) genera non solo enormi costi economici, ma anche ambientali. I costi economici dello sperpero – che includono solo i costi diretti ed escludono dal conteggio pesci e frutti di mare – vengono quantificati in 750 miliardi di dollari all’anno. A questi elevati costi economici si aggiunge l’impatto devastante dello sperpero sulle risorse naturali del pianeta, quelle stesse risorse da cui dipende la sopravvivenza degli esseri umani. Si calcola che ogni anno, sempre a livello globale, il cibo prodotto ma non consumato sperpera un volume d’acqua pari alla portata del fiume Volga; consuma 1,4 miliardi di ettari di terreno (il 30% circa della superficie agricola mondiale) ed immette in atmosfera 3,3 miliardi di tonnellate di gas effetto serra.

Dallo studio FAO emerge che il 54% dello sperpero totale si verifica ‘a monte’, cioè durante le fasi di produzione, raccolto e primo immagazzinamento e, quindi, è ‘perdita’ alimentare, mentre il 46% dello sperpero avviene ‘a valle’, nelle fasi di trasformazione, distribuzione e consumo e, quindi, ed è ‘spreco’. Le perdite alimentari, in generale, si concentrano nei paesi a basso reddito e in via di sviluppo, mentre gli sprechi alimentari sono una caratteristica dei paesi ad alto e medio reddito. Un interessante capitolo, inoltre, rende noto che più un prodotto ‘va avanti’ lungo la catena produttiva, maggiore è la sua impronta ambientale, poiché i costi ambientali che vengono sostenuti ‘a valle’ – durante la lavorazione, il trasporto, lo stoccaggio ed il consumo – vanno a sommarsi ai costi ambientali iniziali, quelli già avvenuti ‘a monte’ – durante la produzione e il raccolto. Detto in parole povere: prima un alimento viene consumato rispetto alla catena produttiva, meglio è per tutto il pianeta.spreco__alimentare

I dati sono impressionanti: mentre il volume dello sperpero di carne è, tutto sommato, relativamente basso, il settore genera un impatto ambientale elevato in termini di occupazione del suolo ed emissioni di carbonio, in particolare nei paesi ad alto reddito che, da soli, sono responsabili dell’67% di tutto lo sperpero di carne – e se a questi aggiungiamo l’America Latina si arriva all’80%. Lo sperpero di cereali ha notevoli ripercussioni sulle emissioni di carbonio, sull’uso delle risorse idriche e del suolo del continente asiatico. Ma è la produzione di riso, in modo particolare, a causare elevate emissioni di metano e sperpero alimentare nella regione. Lo sperpero di frutta contribuisce in modo significativo al consumo di acqua in Asia, America Latina ed Europa, mentre quello di verdura in Europa, Asia e Sud-est asiatico. Si tratta di sperperi inammissibili, se teniamo presente che oltre 800 milioni di persone sul pianeta soffrono la fame. “Oltre all’imperativo ambientale, ve n’è anche uno di natura etica: non possiamo permettere che un terzo di tutto il cibo che viene prodotto nel mondo vada perduto o sprecato a causa di abitudini inappropriate-inopportune, quando vi sono 870 milioni di persone che soffrono la fame”, ha sottolineato José Graziano da Silva, Direttore Generale FAO, durante la presentazione del Rapporto. “Tutti noi”, ha continuato, “agricoltori e pescatori, lavoratori del settore alimentare e supermercati, governi locali e nazionali, singoli consumatori – dobbiamo apportare dei cambiamenti ad ogni anello della catena di approvvigionamento alimentare al fine di evitare, in primo luogo, lo sperpero di cibo e dobbiamo riutilizzare o riciclare il cibo, laddove è possibile”. Per questo, insieme al nuovo studio, la FAO ha pubblicato anche un interessante manuale che spiega come ridurre le perdite e gli sprechi alimentari durante ogni singola fase della catena produttiva. Il manuale, che si intitola “Toolkit: Reducing the Food Wastage Footprint” (“Guida pratica: come ridurre l’impronta ecologica dello sperpero alimentare”, n.d.a.), rende note anche molte esperienze positive che documentano come governi nazionali, enti locali, agricoltori, aziende e singoli consumatori abbiano adottato misure efficaci per fronteggiare il problema.

Fonte: il cambiamento

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Campania inquinata, De Biase: «Impresa proibitiva la bonifica»

L’ISS Istituto superiore di Sanità sta svolgendo nell’area ex Resit a Giugliano i campionamenti e test per stabilire l’inquinamento e se ortaggi e frutta sono pericolosi per la salute umana106418347-594x350

Immaginate un’are tra le più fertili d’Italia con di fronte il mare, bellissimo e pescoso e pieno di telline. Poi Immaginate che questa terra pari a 2600 campi di calcio, 220 ettari, sia stata inquinata in circa 40 anni ogni giorno, ogni anno. Ebbene in questa zona così ampia il terreno è talmente inquinato, che ha contaminato anche la falda acquifera. La gente intorno, intanto, si ammala sempre più di cancro ma le istituzioni rispondono che la causa va ricercata nei loro stili di vita. Eppure non siamo in un area fortemente industriale ma nella Campania felix con tanti campi intorno agricoli. A inquinare la camorra e le ecomafie che solidali hanno preso i veleni del Nord Italia, Acna di Cengio ad esempio, e dal Nord Europa e li hanno sversati nel ventre Meridionale. D’altronde Carmine Schiavone lo ha appena ricordato 20 giorni fa che nelle zone note a tutti ci sono i veleni. Quali sono? Area Asi verso Novambiente, San Giuseppiello e tra la Resit e Masseria del Pozzo. Scrivono gli esperti dell’ISS:

Alla luce dei dati disponibili ottenuti con le procedure analitiche selezionate si evince che al momento la presenza dei composti organici volatili, maggiormente rilevati nelle acque dei pozzi, non influenza le matrici ortofrutticole coltivate nell’area oggetto dello studio. Quanto detto lascia presupporre che non ci sia per i COV (sostanze volatili cancerogene) un passaggio diretto di contaminazione dalle acque alla pianta e di conseguenza alla parte edibile della pianta stessa. Questa spiegazione diventa necessaria dopo che comitati cittadini e associazioni e anche una testata on line Parallelo 41 hanno proposto a politici e amministratori un banchetto a base dei frutti e ortaggi della terra avvelenata il prossimo 2 novembre. Risponde perciò Mario De Biase commissario di Governo che dalle colonne de Il Mattino di oggi (pag. 53) dice:

Realisticamente la bonifica appare impossibile. Per legge bisognerebbe raccogliere tutti i materiali e rimuoverli e trasportarli altrove. Stesso discorso per le acque. Un impresa proibitiva. Ciò che invece è necessario fare è la messa in sicurezza per fermare l’avanzata di percolato e biogas. E in parallelo bisogna pensare a una massiccia riconversione “no food” sostituendo alberi da frutta con pioppi, boschi e essenze arboree. Immaginiamo che la bonifica sia proibitiva in termini economici proprio come ha sostenuto Carmine Schiavone?

Fonte:  Il Mattino 12 settembre 2013 pag. 53

 

Siamo all’Earth Overshoot Day e abbiamo già consumato le risorse di un anno

Bilancio in rosso per la Terra: la quota si risorse naturali che ci dovrebbe bastare per un anno è stata già consumata08-overshoot-day-620x350

Dal 20 agosto siamo in rosso: l’umanità si è appena fatta fuori le risorse naturali, con due giorni di anticipo rispetto allo scorso anno, che le sarebbero dovute bastare per un anno: acqua, suolo, aria, pesca, oceani, cibo…tutto è già stato consumato. In pratica la nostra impronta ecologica è insostenibile per il Pianeta e abbiamo usato le risorse disponibili una volta e mezza oltre la capacità globale di rigenerarsi, avverte il tank Global Footprint Network. Ma l’Europa va ben oltre consumandone ben due volte e mezza mentre gli Stati Uniti arrivano a consumarne oltre le 4 volte. La corsa al consumo delle risorse è inarrestabile: nel 2011 l’overshooday cadde il 27 settembre. Spiega Tony Long, direttore del WWF Europa:

La natura è la base del nostro benessere e della nostra prosperità ma stiamo consumando troppo le risorse limitate e disponibili su questo pianeta. Se tutti i paesi del mondo dovessero consumare le risorse naturali allo stesso modo allora avremmo bisogno di 2,66 pianeti per sostenere i nostri livelli di consumo attuali. Tra il 1990 e il 2008 un’area della foresta tropicale pari a tre volte le dimensioni del Belgio è stata autorizzata per la coltivazione di prodotti agricoli destinati per l’UE Stiamo effettivamente usando la nostra quota delle nostre risorse e quelle di altri paesi.

Ma non solo risorse naturali, ci stiamo facendo fuori anche i combustibili fossili. Spiega Philippe Carr portavoce del WWF:

Stiamo bruciando combustibili al di sopra di ciò che dovremmo. Più del 50% dell’impronta ecologica è composta l’impronta di carbonio, soprattutto dalla combustione di combustibili fossili.

La Commissione europea ha sollecitato l’uso più efficiente delle risorse nell’economia della Ue con la pubblicazione nel settembre 2011 una tabella di marcia per un Europa meno sprecona Ciò richiede l’introduzione di indicatori e obiettivi per i 28 Stati membri. Ma ancora oggi non esistono leggi che governano l’efficienza delle risorse a livello europeo.

Fonte:  Euractiv

Quanta terra serve per la nostra alimentazione?

I consumi alimentari medi di un italiano richiedono oggi circa 3000 m² di terra fertile: in Italia ne abbiamo solo 1600 e il resto ce lo prendiamo all’estero. Ma non è detto che sia una buona idea.

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A volte forse ci dimentichiamo che la maggior parte dl nostro nutrimento deriva in modo diretto (vegetali) o indiretto (animali) dalla terra. Il mare dà un contributo minimo (nel nostro paese circa il 6% delle proteine) e come sappiamo è sovrasfruttato. Per questo dobbiamo avere una cura estrema del terreno fertile, che è la nostra più grande ricchezza. Nel breve video condiviso qui sotto (ripreso a Modena durante la presentazione del libro di Legambiente Il valore del suolo) provo a spiegare cos’è l’impronta alimentare, chiamata anche foodprint e quanto vale. Per mantenere l’attuale livello di consumi (e di spreco) a ogni italiano servono circa 3000 m² di terreno. In Italia ne coltiviamo circa 1600 m² a testa, per cui dobbiamo andare a prenderci il resto all’estero, soprattutto nelle Americhe e negli altri paesi europei. Confidare nella terra degli altri non è una grande idea; land grabbing, aumento demografico e cambiamenti climatici nei paesi di origine potrebbero ridurne la disponibilità in tempi non lontani. Ricordiamoci soprattutto che, una volta distrutto, il suolo impiega secoli a riformarsi e noi non mangiamo certo cemento.

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Impronta alimentare: quanta terra per l’alimentazione

Fonte: ecoblog

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Marcia per la terra, in cammino per la difesa del suolo

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Domenica 21 aprile, in concomitanza con l’Earth Day, il Forum nazionale “Salviamo il Paesaggio” propone una manifestazione generale pubblica a salvaguardia dei terreni liberi e fertili rimasti. Si tratta di una grande Marcia per la Terra alla quale al momento hanno aderito Piemonte, Liguria e Lazio. La manifestazione potrà però svilupparsi in contemporanea anche in altre Regioni, a cura dei comitati locali Salviamo il Paesaggio. L’iniziativa avrà come sottotitolo: “In cammino per la difesa dei suoli fertili rimasti e per fermare il consumo di suolo”. “La continua erosione di suoli fertili causata dal dilatarsi di nuovi insediamenti edilizi residenziali e produttivi è, per l’intero Piemonte e per la provincia di Cuneo, una evidente realtà corroborata da dati scientifici che testimoniano il punto attuale di consumo del suolo. Questo esagerato consumo – si legge nel sito Salviamo il paesaggio pregiudica ormai la qualità della nostra vita e constatiamo ogni giorno di più che ‘perdere il Paesaggio’ è come perdere una parte di noi stessi”. “Il suolo libero e fertile è un bene comune prezioso, come l’acqua: ne abbiamo bisogno per produrre cibo e degradare i rifiuti, per filtrare le acque e mitigare le alluvioni, per mantenere la biodiversità e assorbire il carbonio, per produrre biomassa e materie prime. Il paesaggio ci fa respirare: è il nostro stesso respiro”. Da un recente studio condotto dall’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (Ispra) sull’andamento del consumo di suolo dal 1956 al 2010 è emerso che negli ultimi cinque anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto al ritmo di oltre 8 metri quadrati al secondo, pari al 6,9% del territorio nel 2010. Per ogni italiano sono andati persi più di 340 mq all’anno. Ogni 5 mesi perdiamo una quantità di suolo pari a quella del comune di Napoli e ogni anno ad essere divorata dal cemento è un’area vasta quanto Milano e Firenze. Il consumo di suolo nel nostro Paese, ha spiegato l’Ispra, per oltre 50 anni è sempre stato sopra la media europea. La rete delle 894 organizzazioni che compongono il Forum nazionale Salviamo il Paesaggio ha dunque deciso di lanciare questa iniziativa per sollecitare l’attenzione di tutti sull’importanza di preservare il suolo. “Marciare per la terra è un piccolo ma importante gesto: un gesto di speranza. Un gesto che vuole essere come un abbraccio collettivo, attraverso cui tutti possiamo manifestare il nostro amore per la terra: da persone semplici, persone normali. Con la consapevolezza che difendendo con determinazione quella sempre più fragile parte del nostro territorio non ancora compromessa, conserveremo il capitale ereditato e garantiremo ai nostri figli una possibilità di futuro”.

Fonte: il cambiamento

Il Suolo è dei Nostri Figli
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Orti urbani, Torino approva il nuovo regolamento

Gli appezzamenti saranno assegnati con un bando circoscrizionale e prevalentemente avranno destinazione sociale (ISEE fino a 15mila Euro) mentre il 20% saranno riservati a fini pedagogici o terapeutici. Vietati concimi chimici e prodotti inquinanti. Canone annuo dai 50 ai 200 Euro. I primi bandi saranno attivati nel prossimo autunno

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Il nuovo regolamento comunale per l’assegnazione e la gestione degli orti urbani è stato approvato dal Consiglio comunale con 21 voti favorevoli, 5 contrari e 2 astenuti. Finora, la materia, era stata disciplinata dalla delibera del 1986, con provvedimenti effettuati, nel corso degli anni, dalle Circoscrizioni. Il Comune di Torino sottolinea come l’agricoltura urbana favorisca le relazioni sociali, l’utilizzo di suolo in aree degradate, il controllo e il senso di appartenenza del territorio. “Rappresenta uno strumento educativo per i ragazzi e terapeutico per le persone svantaggiate- si legge nella nota diffusa a termine della seduta – Sono spazi pubblici che attirano le persone a viverli, a uscire di casa per dedicare tempo a qualcosa che riempie e appaga la propria vita. Gli orti, inoltre, costituiscono il recupero della fascia periurbana, zona di contatto tra mondo rurale e mondo urbano, oltre che la difesa del suolo inteso come bene limitato e non riproducibile”. Gli appezzamenti di terreno saranno assegnati con un bando circoscrizionale, la superficie non dovrà essere inferiore a 50 mq né superiore a 100 mq. Prevalentemente gli orti assegnati avranno destinazione sociale (ISEE fino a 15mila Euro) mentre il 20% saranno riservati ad appezzamenti con fini educativi, pedagogici o terapeutici e di prossimità. I terreni dovranno essere coltivati biologicamente, con il divieto di concimi chimici e prodotti inquinanti. Il canone annuo va dai 50 Euro (scopo sociale) e 200 Euro (per la gestione collettiva). I primi bandi saranno attivati nel prossimo autunno.

Fonte: eco dalle città

 

“A scuola di…ambiente!”, seminario per insegnanti e con insegnanti protagonisti

 Dove: Via Livorno 60, Torino

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Il Museo A come Ambiente organizza un seminario con l’obiettivo di censire i percorsi didattici sui temi ambientali, per diffonderne la conoscenza attraverso il racconto e la condivisione di esempi selezionati. I temi affrontati saranno: energia, trasporti/mobilità, rifiuti, acqua, cambiamenti climatici, alimentazione, aria, suolo… La partecipazione è gratuita. Iscrizioni entro il 9 aprile

Una proposta didattica per i dirigenti scolastici e per insegnanti di ogni livello scolastico Lunedì 22 aprile 2013 dalle 15 alle 19 Sala Kyoto del Centro Congressi di Environment Park via Livorno 60, Torino.

 Scambio di percorsi didattici, di esperienze, di buone pratiche, di idee, di materiali, per le scuole e gli insegnanti e gli animatori culturali di tutti i livelli scolastici. Il Seminario di primavera è un’iniziativa promossa dal Museo A come Ambiente, dall’Ufficio Scolastico Regionale per il Piemonte, dalla Regione Piemonte, con la collaborazione dei soci del Museo e in particolare di ARPA PIEMONTE e di ENVIRONMENT PARK. Il seminario si pone l’obiettivo di censire i percorsi didattici sui temi ambientali, per diffonderne la conoscenza attraverso il racconto e la condivisione di esempi selezionati. I temi affrontati saranno quelli di A come Ambiente: energia, trasporti/mobilità, rifiuti, acqua, cambiamenti climatici, alimentazione, aria, suolo… I relatori del seminario saranno scelti attraverso le segnalazioni di percorsi didattici sull’ambiente provenienti dai Dirigenti scolastici e dai docenti. Il modulo di iscrizione è unico e prevede la possibilità di proporsi come relatori del progetto didattico della propria scuola o classe oppure come semplice uditore.

La partecipazione è gratuita. Iscrizioni entro il 9 aprile 2013

Moduli e informazioni su: www.museoambiente.org

Tel 011.070.25.35

Fonte: eco dalle città