Pacchetto clima 2030, UE ancora divisa sui target

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Niente accordo in vista al prossimo vertice Ue sui target del pacchetto clima-energia proposti dalla Commissione europea per il 2030. I 28 Stati membri per ora marciano divisi: l’Italia e altri 12 Paesi sono schierati a favore di una rapida adozione del taglio vincolante a livello nazionale del 40% di CO2 rispetto al 1990 e di un target Ue di almeno il 27% di energia da rinnovabili, mentre un blocco dell’Est guidato dalla Polonia vuole rimandare la decisione a dopo il summit Onu di Parigi del 2015, cioè quello da cui dovrebbe nascere un nuovo accordo salva-clima. Il neoministro dell’ambiente italiano, Gian Luca Galletti (nella foto a sinistra), risulta fra i firmatari della dichiarazione del gruppo dei ministri europei “per la crescita verde” insieme ai colleghi di Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Belgio, Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia, Estonia e Slovenia. “Sollecitiamo il Consiglio Ue di marzo ad un accordo sugli elementi chiave” del pacchetto per il 2030, scrivono i tredici Paesi. Sul fronte opposto e in posizione più “attendista” invece è il gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), che preferisce aspettare gli impegni assunti a livello globale nel 2015 e che insieme a Bulgaria e Romania chiede una valutazione d’impatto dei costi della strategia al 2030 per ciascun Paese dell’Ue. L’Italia dal canto suo ritiene necessaria una valutazione nazionale per definire gli strumenti necessari a raggiungere i target del 2030 e “assicurare che le azioni intraprese siano le piu’ efficaci ed efficienti in termini di costi, sostenibilita’, sicurezza degli approvvigionamenti, crescita e innovazione” ha detto il ministro dell’ambiente a Bruxelles, ricordando anche il possibile ruolo dei biocarburanti di seconda generazione nel settore trasporti, un comparto per ora assente dalla strategia europea. L’intesa al vertice Ue sui target per il 2030 in sostanza appare lontana, serve un sì di tutti i leader dei 28. A dirlo chiaro e tondo la Polonia, all’ultimo Consiglio energia: “Non c’è dubbio che qualsiasi decisione sul quadro delle politiche per il 2030 debba essere unanime“. A confermarlo è la bozza delle conclusioni del vertice, in cui i 28 definiscono la proposta sul tavolo “una buona base di discussione“, ma non si sbilanciano sui target e rimandano il tema al successivo vertice di giugno. “Una politica europea climatica ed energetica coerente – si legge nella bozza – deve assicurare prezzi energetici convenienti, competitività industriale, sicurezza delle forniture e raggiungimento degli obiettivi ambientali e climatici“. Con l’obiettivo di arrivare “quanto prima” ad un accordo sui target di riduzione delle emissioni di CO2, rinnovabili ed efficienza energetica per il 2030, i leader dei 28 chiedono quindi di “approfondire la comprensione delle implicazioni per i singoli Stati membri“, sviluppare misure per evitare il ‘carbon leakage’, garantire la competitività delle industrie energivore europee e rivedere la direttiva UE sull’efficienza energetica.

Fonte: Ansa.it

Industria dei Biocarburanti, “le maniere forti dei Governi al CFS”

Nel corso dei negoziati all’interno del Comitato Mondiale sulla sicurezza alimentare (CFS), i governi stanno difendendo gli interessi dell’industria dei biocarburanti: “non solo hanno rifiutato di approvare le raccomandazioni sui biocarburanti, ma hanno anche sistematicamente respinto ogni riferimento ai diritti umani, ai legami con l’aumento dei prezzi del cibo e al land grabbing”. Lo rende noto l’Aiab. Intanto, la società civile si mobilita.7

I movimenti della società civile, tra cui ‘La Via Campesina’ hanno accusato i governi di negoziare sugli agrocarburanti, nell’ambito del Comitato Mondiale sulla sicurezza alimentare (CFS), in difesa degli interessi dell’industria dei biocarburanti, piuttosto che delle tante persone che soffrono la fame proprio a causa delle politiche che incentivano questo tipo di carburanti.

Nel corso dei negoziati, i governi non solo hanno rifiutato di approvare le raccomandazioni sui biocarburanti, ma hanno anche sistematicamente respinto ogni riferimento ai diritti umani, ai legami con l’aumento dei prezzi del cibo e al land grabbing. I governi hanno riconosciuto che le colture finalizzate alla produzione di biocarburanti competono con le colture alimentari e ne influenzano i prezzi, ma non hanno avuto il coraggio di proporre alcuna azione per fermare tutto questo. La predominanza nei colloqui dei Paesi a favore degli agro carburanti ha indotto decisioni estremamente favorevoli per l’espansione di questo tipo di combustibili. Al contrario, la posizione dei governi che hanno mostrato forti perplessità in merito è stata per lo più ignorata. “I piccoli produttori hanno espresso con forza le proprie opinioni sulle difficoltà quotidiane: le colture di biocarburanti competono con quelle finalizzate all’alimentazione, per la terra che coltivano e per l’acqua di cui hanno bisogno per sostenersi. Si sono rivolti a questa assemblea per difendere il proprio diritto al cibo dall’impatto dei biocarburanti, ma le raccomandazioni finiscono nel difendere in maniera preponderante gli interessi dell’industria degli agrocarburanti e legittimano le violazioni del diritto al cibo” . Nel mese di giugno l’High Level Panel of Experts (HLPE) – Gruppo di esperti di alto livello – ha pubblicato su richiesta del CFS un rapporto sulle politiche di biocarburanti allo scopo di dare un valido contributo ai negoziati. Il documento ha chiaramente sottolineato l’esistenza di un legame tra politiche energetiche e sicurezza alimentare, ma ha anche evidenziato che uno dei fattori chiave alla base della volatilità dei prezzi dei prodotti alimentari degli ultimi anni è proprio rappresentato dai biocarburanti. Queste tesi sono state avvalorate anche da altre ricerche indipendenti, di cui una della Commissione Europea. Le stime attuali suggeriscono che circa sei milioni di ettari di terra nell’Africa sub-sahariana sono sotto il controllo di imprese e società europee di agro carburanti, mentre 293 appezzamenti di terra, oggetto di land grabbing su scala globale sono utilizzati ai fini della produzione di questi combustibili “verdi”, coprendo una superficie globale di oltre 17 milioni di ettari. Lunedì scorso, più di 80 organizzazioni della società civile hanno inviato una lettera ai membri del CFS, avvertendo loro che le attuali raccomandazioni non sono in grado di sostenere in nessun caso il diritto al cibo né possono contribuire a fermare la fame indotta dai biocarburanti.

Note:

Il CFS è un forum che rientra nel Sistema delle Nazioni Unite per la revisione delle politiche in materia di sicurezza alimentare mondiale. La società civile partecipa al CFS attraverso il più grande meccanismo internazionale di organizzazioni della società civile che cercano di influenzare le politiche e azioni l’agricoltura, la sicurezza alimentare e la nutrizione. Il mandato e lo spirito della riforma del CFS è quello di creare un organismo inclusivo che comprenda tutti i paesi e le parti interessate. Al centro della riforma del CFS vi è un Quadro Strategico Globale incentrato sul diritto al cibo che fornisce una guida chiara per coordinare le azioni in materia di sicurezza alimentare e nutrizione. L’High Level Panel of Experts (HLPE) fornisce analisi scientifiche finalizzate a informare i governi sulle questioni prioritarie.

Fonte: ilcambiamento

Biocarburanti, “occasione persa per il Parlamento europeo”

Il voto dell’Assemblea di Strasburgo che limita l’uso di biocarburanti al 6% rispetto al 10% di energia da fonti rinnovabili nel settore dei trasporti per il 2020 non offre nessuna soluzione efficace per la difesa dell’ambiente e della sicurezza alimentare. È quanto sostengono ActionAid e Oxfam Italia che definiscono il voto del Parlamento europeo “un compromesso al ribasso”.biocarburanti8_

“Il Parlamento Europeo ha deciso oggi di destinare alla produzione di biocarburanti un quantitativo di prodotti agricoli capace di sfamare oltre 200 milioni di persone”

“Oggi il Parlamento Europeo ha perso l’occasione di promuovere il consumo e la produzione di biocarburanti sostenibili”. Questo il primo commento di ActionAid e Oxfam Italia dopo il voto dell’11 settembre a Strasburgo sulla proposta di modifica del cosiddetto “pacchetto ILUC”, che riguarda le emissioni indirette determinate dall’utilizzo di coltivazioni agroalimentari a fini energetici. Per migliorare la performance ambientale e sociale dei biocarburanti europei lo scorso ottobre la Commissione ha proposto di dimezzare l’utilizzo di quelli di “prima generazione”, cioè quelli ricavati a partire da coltivazioni alimentari, rispetto all’obiettivo del 10% di energia da fonti rinnovabili nel settore dei trasporti. Il Parlamento ha votato ora, a stretta maggioranza, per portare questa soglia al 6% sull’utilizzo di biocarburanti realizzati a partire da coltivazioni alimentari o energetiche dedicate. “Si tratta di un voto deludente che, se da un lato riconosce gli enormi problemi sociali e ambientali che i biocarburanti di prima generazione causano, dall’altro non offre nessuna soluzione efficace alle conseguenze negative che producono su scala globale sulla sicurezza alimentare e l’ambiente”, ha affermato Elisa Bacciotti, Direttrice Campagne di Oxfam Italia. L’attuale media di miscelazione europea , pari al 4,5%, fa sì che vi sia un consistente margine per l’aumento del consumo di biocarburanti di prima generazione in Europa nei prossimi anni. “Con il suo voto per un 6% – riferiscono ActionAid e Oxfam Italia – il Parlamento Europeo ha deciso oggi di destinare alla produzione di biocarburanti un quantitativo di prodotti agricoli capace di sfamare oltre 200 milioni di persone”. “In un mondo dove quasi una persona su otto è affamata, e dove il rialzo dei prezzi alimentari, spinto anche dalla domanda agro energetica, è un problema di portata epocale per il futuro di miliardi di persone, ci aspettavamo che il Parlamento Europeo desse un segnale più forte rispetto alla proposta della stessa Commissione”, ha spiegato Marco De Ponte, Segretario Generale di ActionAid. Si tratta dunque di un compromesso al ribasso, frutto dell’azione delle lobby europee sui biocarburanti, che beneficiano di un mercato ad hoc sussidiato dall’Unione Europea e che costa ai Paesi membri 6 miliardi di euro l’anno. È un risultato che poteva dunque essere addirittura peggiore – spiegano ancora da ActionAid e Oxfam Italia – se non si fosse mobilitata la società civile a livello europeo: grazie alla petizione lanciata da ActionAid e Oxfam Italia su Change.org, in appena due settimane oltre 20mila italiani hanno chiesto agli eurodeputati di votare contro i biocarburanti che causano la fame (#NoFoodForFuel). Nell’ultimo anno, inoltre sono state quasi 250mila le persone che a livello europeo si sono mobilitate per chiedere alle istituzioni comunitarie e ai Paesi membri di promuovere politiche sostenibili sui biocarburanti. Adesso è il turno del Consiglio Europeo che dovrà pronunciarsi sulle modifiche votate dal Parlamento. Con il voto di oggi, pur deludente e inadeguato, il Parlamento ha comunque lanciato un messaggio importante sulla necessità di porre un tetto al consumo di biocarburanti che provocano la fame. “Chiediamo ai Ministri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico, Orlando e Zanonato, di accogliere questo messaggio e quello lanciato dalle migliaia di persone che hanno sostenuto la nostra petizione,” hanno concluso ActionAid e Oxfam Italia. “Il Governo non può continuare ad ignorare questi segnali ed è necessario che si esprima al più presto in modo chiaro a sostegno del rafforzamento del limite all’utilizzo di cibo e terra per la produzione di biocarburanti, spingendo in Europa per posizioni più ambiziose e lungimiranti rispetto a quelle proposte oggi dallo stesso Parlamento europeo”.

Fonti: ActionAid, Oxfam Italia

 

Stop ai biocarburanti: Oxfam Italia e ActionAid lanciano una petizione

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Oxfam Italia e ActionAid lanciano una petizione suChange.org per chiedere agli europarlamentari italiani e ai ministri Andrea Orlando (Ambiente) e Flavio Zanonato (Sviluppo economico) di rivedere la normativa oggi in vigore sui biocarburanti. La richiesta è limitare la produzione di biocarburanti provenienti da materie prime alimentari o prodotti sfruttando ingenti quantità di terra e acqua, affinché non entrino in diretta competizione con la produzione di cibo. Proprio per evitare la competizione tra produzione di biocarburanti e produzione di cibo, la Commissione europea ha proposto, a ottobre 2012, di stabilire un tetto massimo di consumo del 5% (in relazione all’obiettivo del 10% di energia da fonti rinnovabili nel settore dei trasporti). Secondo Oxfam Italia e ActionAid, tale misura va sostenuta e ulteriormente rafforzata, prevedendone l’introduzione in entrambe le direttive che regolano la politica europea sui biocarburanti ed estendendone l’applicazione anche alle coltivazioni energetiche dedicate. “Ricavare benzina o diesel a partire da colture alimentari o da colture non alimentari dedicate a fini energetici significa sottrarre terra e acqua alla produzione di cibo. Questo non è sostenibile né eticamente accettabile, perché contribuisce ad alimentare la fame, gli accaparramenti di terra e i cambiamenti climatici”, ha spiegato Elisa Bacciotti, Direttrice Campagne di Oxfam Italia. “Oggi l’Europa, assetata di biocarburanti, crede di fare una politica verde mentre invece alimenta la fame nel mondo: è necessario cambiare rotta, promuovendo alternative realmente sostenibili nel settore dei trasporti, come ad esempio la mobilità elettrica, il trasporto pubblico e l’efficienza energetica. Chiediamo ai cittadini italiani di far sentire la propria voce per una politica davvero amica del pianeta e di chi ci vive”, conclude Bacciotti.

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“L’attuale normativa europea sui biocarburanti ha dei costi sociali ormai non più sostenibili. Basta pensare che i prodotti della terra utilizzati per produrre biocarburanti nel solo 2008 avrebbero potuto sfamare 127 milioni di persone, riducendo la fame nel mondo di quasi il 15%. O che tra il 2009 e il 2013 sei milioni di ettari di terreno, ovvero una superficie grande quanto tutto il centro Italia quasi, sono stati acquisiti da imprese europee in Africa sub sahariana a scapito dei bisogni alimentari delle comunità locali”, riferisce Marco De Ponte, Segretario Generale di ActionAid. “Qualsiasi persona di buon senso sceglierebbe di poter sfamare la propria famiglia, invece che riempire il serbatoio della propria auto – per questo crediamo che i cittadini italiani possano sostenere le nostre richieste”, conclude De Ponte. Nella plenaria di settembre il Parlamento Europeo si esprimerà sulla proposta di una nuova direttiva che propone la riduzione del consumo di biocarburanti prodotti da materie prime alimentari. Anche i Governi stanno negoziando una posizione comune in seno al Consiglio Europeo. La lobby dell’industria di settore sta però ostacolando questa proposta, con l’obiettivo di difendere i propri interessi a discapito di quelli collettivi. Un’influenza che, fino ad oggi, si è fatta sentire: nel solo 2011 i Paesi dell’Unione europea, Italia compresa, hanno sostenuto la produzione di biocarburanti con ben 6 miliardi di euro – soldi dei contribuenti a sostegno di politiche “verdi” che di sostenibile finora non hanno niente. È possibile firmare e monitorare l’andamento della petizione suChange.org a questo indirizzo.

Per approfondimenti

Position paper Oxfam Italia – Action Aid

Documento di approfondimento con storie dal campo

Leggi la scheda di approfondimento sui biocarburanti.

Oxfam Italia è una organizzazione internazionale no profit specializzata in aiuto umanitario, progetti di sviluppo, campagne di opinione. Oxfam Italia è membro di Oxfam, un network globale di 17 organizzazioni che collaborano con 3.000 partner locali in oltre 90 paesi per individuare soluzioni durature alla povertà e all’ingiustizia.

ActionAid è un’organizzazione internazionale indipendente impegnata nella lotta alle cause della povertà e dell’esclusione sociale. Da oltre 40 anni è al fianco delle comunità del Sud del mondo per garantire loro migliori condizioni di vita e il rispetto dei diritti fondamentali, attraverso 800 progetti sviluppati in collaborazione con 2000 organizzazioni locali in quasi 50 paesi dell’Africa, Asia e America Latina.

Fonte: il cambiamento

Clima, per i militari NATO la lotta ai cambiamenti climatici è per la sicurezza nazionale

Un nuovo rapporto dello U.S. Center for Naval Analyses e del Royal United Services Institute, due degli alleati NATO, raccomanda di mettere più impegno nella lotta al riscaldamento globale di garantire forniture affidabili di combustibili fossili.

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Secondo The climate and energy nexus studio redatto dal Center for Naval Analyses e dal Royal United Service Institute è necessario impegnarsi seriamente nella lotta ai cambiamenti climatici, intervenendo efficacemente sulla riduzione delle emissioni di CO2 poiché se il clima cambia vi è in pericolo anche la stessa sicurezza nazionale. Il primo passo da fare, spiegano gli studiosi militari è ridurre il consumo di carburanti fossili e di gas di scisto e correggere sopratutto la mentalità tipica americana che punta alla totale indipendenza energetica. Anzi, la definiscono proprio:

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fissazione dell’autonomia energetica attraverso l’estrazione di petrolio e gas è sostanzialmente errata. Secondo i militari l’unica soluzione possibile è da ricercarsi nell’efficienza energetica e energie rinnovabili o biocarburanti adatti a sostituire il petrolio. Nonostante le forniture costanti previste con l’attuale sistema di fratturazione idraulica o fracking e estrazione di gas scisto: l’aumento della produzione nazionale di petrolio e gas naturale non è una panacea per la sicurezza energetica del Paese. Il linguaggio è schietto e non sono lesinate critiche ai politici e ai legislatori americani che si rifiutano di accettare le sostanziose prove scientifiche a carico alla nocività delle emissioni di CO2 che già stanno causando il riscaldamento globale. Critiche anche per il rifiuto a intraprendere azioni corrette che se intraprese per tempo potrebbero scongiurare i peggiori effetti. Il rapporto americano-britannico guarda soprattutto l’altro lato della medaglia ossia ai rischi presentati dalla combustione di combustibili fossili, non importa da dove vengono. Peraltro sono riconosciuti i problemi causati dalla dipendenza occidentale dal petrolio importato, soprattutto dalle parti instabili del mondo. Ma il nuovo rapporto dice che ancora più importante è la necessità impellente di smettere di usare i combustibili fossili, dal momento che la costante aggiunta di anidride carbonica in atmosfera inizia a causare imminenti pericoli per la sicurezza nazionale. Attualmente gli Stati Uniti importano appena il 20 per cento del petrolio dal Medio Oriente; la percentuale più bassa da quattro decenni, ma la dipendenza dalla fonti fossili non è scongiurata poiché, come è scritto nel rapporto: Anche le fonti interne di petrolio e gas non liberano gli Stati Uniti dai rischi di un eccesso di dipendenza, perché i prezzi di questi prodotti saranno determinati dai mercati globali. Il rapporto infine fa notare che i cambiamenti climatici potrebbero innescare nuovi conflitti per la gestione delle risorse naturali: Tuttavia, dato che si prevedono condizioni climatiche senza precedenti queste potrebbero mettere in pericolo la distribuzione stessa delle risorse e conflitti umani emergono come rischio di portata incerta e sensibili al grado di riscaldamento.

Fonte:  Inside Climate

 

Cambiamenti climatici: biocarburanti benefici solo senza deforestazione

Uno studio del Massachussetts Institute of Technology evidenzia gli effetti deleteri sul clima se i biocombustibili vengono ottenuti tramite la deforestazione1463975341-586x375

Ma i biocarburanti sono davvero una fonte pulita e sostenibile o sono, invece, soltanto propaganda, fumo negli occhi degli ambientalisti? Alcuni ricercatori del Massachussetts Institute of Technology(MIT) hanno cercato di rispondere al quesito portando a termine uno studio sulle conseguenze climatiche di un incremento nelle coltivazioni destinate alla produzione di biocarburanti. Willow Hallgren, a capo del team che ha condotto la ricerca, ha scelto di non farsi condizionare e ha lavorato nella piena consapevolezza di come “anche le azioni fatte con buone intenzioni” possano “portare ad involontarie conseguenze negative”. Lo staff del MIT ha preso in esame sia uno scenario nel quale le foreste vengono abbattute per far posto alle coltivazioni di biocarburante, sia in uno scenario opposto nel quale la produttività delle medesime venga intensificata attraverso una maggiore fertilizzazione e irrigazione del suolo. In entrambi i casi le emissioni di gas serra aumentano. In condizioni di deforestazione diminuisce l’assorbimento di CO2, nel secondo caso l’intensificazione della fertilizzazione genera un aumento delle emissioni di protossido di azoto. Il surriscaldamento sarebbe bilanciato dal minor utilizzo di combustibili fossili ma, secondo il MIT, l’impatto sul clima a livello regionale sarebbe significativo. Nella fascia tropicale, per esempio, la deforestazione potrebbe causare un aumento della temperatura di 1,5° C. Il risultato della ricerca, dunque, non si presta ad equivoci: l’unica strada in grado di portare benefici è quella che esclude in modo categorico la deforestazione.

Fonte: Massachussets Institute of Technology

 

Bioeconomia: Ue istituisce osservatorio su attività a basso impatto ambientale

La Commissione europea annuncia la creazione di un osservatorio dedicato alle attività economiche basate su un uso intelligente e sostenibile delle risorse naturali. Un’occasione anche per aggiustare il tiro rispetto ad alcune contraddizioni della strategia Ue in materia di bioeconomy lanciata un anno fa.

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L’annuncio è arrivato durante la conferenza sulla bioeconomia di Dublino, dalla commissaria per la ricerca, l’innovazione e la scienza Máire Geoghegan-Quinn: la Commissione europea sta istituendo un osservatorio per monitorare i progressi delle attività che rientrano nella bioeconomy e valutarne l’impatto sull’economia complessiva dell’Unione. L’iniziativa era già prevista nell’ambito della strategia “Innovating for Sustainable Growth: a bioeconomy for Europe”, lanciata nel febbraio scorso per promuovere investimenti e politiche a favore della ricerca, dell’innovazione e dello sviluppo di competenze per la bioeconomia. Un termine che raccoglie una vasta gamma di attività produttive fondate sull’uso intelligente delle risorse biologiche rinnovabili, ma anche dei rifiuti, e vale, secondo Bruxelles, 2mila miliardi di euro per 22 milioni di posti di lavoro. Coordinato dal centro comune di ricerca della Commissione, l’osservatorio sarà attivo per tre anni, a partire da questo mese, e dal 2014 disporrà anche di un portale web per la divulgazione dei dati raccolti. Il suo compito sarà quello di valutare e facilitare lo scambio di informazioni circa le politiche – a livello comunitario, nazionale e regionale – dirette alla transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio, in linea con gli obiettivi della tabella di marcia Ue per il 2050. Sotto la lente, quindi, le strategie di sviluppo degli Stati membri, gli investimenti pubblici e privati nei settori coinvolti, le innovazioni rese disponibili dalla ricerca per ridurre la pressione sulle risorse naturali. Il tutto, almeno nelle intenzioni, secondo un approccio olistico, cercando cioè di riconoscere le interconnessioni tra le politiche realizzate nei diversi settori produttivi, dall’agricoltura all’energia, fino alla manifattura.

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È l’approccio che l’Europa dice da tempo di voler adottare, ma che poi sembra incapace di seguire fino in fondo e il caso della bioeconomia non sembra fare eccezione: che intende, ad esempio, la strategia Ue quando parla di “intensificazione sostenibile della produzione primaria”? Come si conciliano i dati secondo cui gli allevamenti zootecnici hanno impatto significativo in termini di consumo di risorse e di emissioni di protossido di azoto e metano in atmosfera con la prospettiva di modelli di produzione di carne più intensivi? E ancora: qual è il guadagno della proposta, in discussione in questi mesi, di abbandonare gradualmente il biofuel agricolo – che sottrae terreni rurali all’agricoltura – per passare a biocarburanti ricavati dalla combustione dei rifiuti? L’incenerimento non è forse, nella strategia comunitaria sui rifiuti, l’ultima opzione insieme al conferimento in discarica per il trattamento degli scarti? L’osservatorio è probabilmente un’occasione per riconoscere questo tipo di contraddizioni e per rivedere le politiche europee in modo che sicurezza alimentare, contrasto al cambiamento climatico e creazione di posti di lavoro non diventino obiettivi che si insidiano a vicenda. La pubblicità dei dati, inoltre, ha il doppio valore di rappresentare uno stimolo a una competizione positiva tra gli stati membri nel campo della bioeconomia e un modo per accrescere la trasparenza nei confronti dei cittadini. Non solo sui risultati, ma anche sulle strade scelte per arrivarci, e sui criteri con cui i governi e le istituzioni Ue misurano il successo delle proprie politiche.

Fonte: il cambiamento

 

Bioeconomia
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Troppi fondi alle energie fossili: l’Earth Policy Institute fa i conti ai governi

Piattaforma-Shell-Alaska-586x263   Secondo l’Earth Policy Institute (EPI), un’organizzazione ambientale neoliberista fondata dall’analista ambientale Lester Brown nel 2001, nel 2011 i fondi garantiti dai governi mondiali alle fonti energetiche convenzionali ammontano a 623 miliardi di dollari, mentre per le rinnovabili appena a 88. EPI, che ha basato il suo studio su alcuni dati dell’International Energy Agency (IEA), l’organizzazione intergovernativa dell’OCSE, sottolinea quanto l’evidente sproporzione sia figlia delle politiche energetiche retrograde dei vari governi, che a parole sono tutti d’accordo nel combattere i cambiamenti climatici ma che, nella sostanza, erogano alle fonti fossili molti più sussidi che a quelle rinnovabili. EPI parla chiaramente di un gioco truccato in favore delle energie non rinnovabili, anche perché vengono omessi i costi ambientali e sanitari del carbone ardente, del petrolio e del gas naturale dai loro prezzi di mercato. Dei 623 miliardi di dollari garantiti alle fonti energetiche fossili, circa 100 sarebbero assegnati per la produzione mentre i restanti sono per il consumo: il 20% in più rispetto al 2010, anche per colpa dell’aumento del prezzo del petrolio che, invece di disincentivare i combustibili fossili ne ha visto crescere i sussidi. Dei 523 miliardi dollari garantiti per il consumo, 285 miliardi sono andati al mercato del petrolio, 104 miliardi al gas naturale e 3 miliardi per il carbone; un ulteriore supplemento di 131 miliardi è stato suddiviso tra le tre fonti di energia fossile appositamente per il loro utilizzo nella produzione di energia elettrica.

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Gli Stati che hanno avuto maggior peso in questa insostenibilità delle politiche energetiche mondiali sono Iran, Arabia Saudita, Russia, India e Cina: solo il regime iraniano degli Ayatollah ha garantito 82 miliardi di dollari alle fonti fossili, l’equivalente del 17% del Pil; allo stesso modo, anche tutti gli altri paesi hanno garantito incentivi miliardari alle fonti non rinnovabili. Secondo il rapporto tuttavia, la cifra spaventosa dei 623 miliardi non rappresenta tutte le misure di sostegno per questo tipo di fonti energetiche: le agevolazioni fiscali, che variano da paese a paese, i fondi investiti nella ricerca, sono tutti elementi di forte criticità nella gestione dei fondi energetici. Degli 88 miliardi erogati a livello mondiale per le fonti rinnovabili invece la maggior parte vengono pagati al produttore di energia: la cifra è equamente distribuita tra solare, fotovoltaico, eolico, biomasse e biocarburanti.

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Secondo l’EPI tuttavia l’industria dei combustibili fossili non necessita di questi ingenti aiuti, anzi: nel 2012 le Big-Five Companies petrolifere (Royal Dutch Shell, ExxonMobil, BP, Chevron e Conoco-Phillips) hanno rastrellato un totale di 137 miliardi di dollari di profitti a fronte di 285 miliardi di dollari di “sostegno” al petrolio. Cifre che fanno girare la testa e la calcolatrice.

Fonte:  EPI